Oggi voglio condividere con voi una tradizione sarda a dir poco sconvolgente: S’Accabadora la donna della morte.

Si tratta di un tema delicato: l’eutanasia.

Credo che non molti siano a conoscenza che in Sardegna, fino a qualche decennio fa, fosse praticata l’eutanasia chiamando a servizio la S’Accabadora!

 

‘Accabadora’, termine provieniente dal verbo spagnolo ‘Acabar’ (dare il colpo finale, finire) era una figura base all’interno della società sarda, di grande importanza e  utilità, al pari della levatrice.

Le prime testimonianze ufficiali di questo misterioso personaggio si devono allo scrittore La Marmora, nel 1826: era una pratica diffusa soprattutto nelle zone più conservatrici dell’isola fino alla prima metà del XVIII secolo.

Non si trattava di qualcosa di illegale, ma rientrava nelle antiche tradizioni sarde e venne abbandonata solo dopo l’entrata in vigore della legge contro la morte assistita.

Ma andiamo nel cuore della pratica…

Colei che i sardi chiamavano Sa Femmina Accabadora era una donna, vestita con un abito nero e coperta in viso da una maschera: su richiesta dei familiari si presentava di notte al capezzale del moribondo per accelerarne il percorso di morte.

Avanzando lentamente, si avvicinava al povero malato terminale e gli dava la morte violentemente usando un bastone chiamato “Su mazzolu”, un bastone d’ulivo con un impugnatura sicura ed una punta a martello appositamente costruita per il fine preposto (è noto un unico esemplare, conservato nel Museo Etnografico di Luras) in alternativa procedeva con il soffocamento.

Compiuta la sua missione, S’Accabadora se ne andava uscendo in punta di piedi, accompagnata dai ringraziamenti dei familiari, che non avevano assistito e che la omaggiavano non con un compenso in denaro ma con doni alimentari.

La cultura sarda considerava la morte come un passo necessario della vita, la conclusione della stessa, pertanto non ci vedevano nulla di male nell’anticiparne il processo.

Sembra che la S’Accabadora ricoprisse entrambe questi processi di vita: era colei che con l’abito nero imponeva la fine del ciclo della vita e colei che con abito bianco regalava invece la nascita come levatrice.

Questa pratica, che ufficialmente vede la sua abolizione nel XVIII secolo, è però sopravvissuta clandestinamente fino al novecento anche se combattuta dalla chiesa e dallo stato che tollerò qualche sporadico episodio considerandolo un residuo di barbarie della tradizione.

L’ultima episodio di eutanasia di questo tipo, di cui si ha testimonianza scritta, si è verificata ad Orgosolo nel 1952.

Mi raccomando… fate sogni tranquilli questa notte 😉

Alla prox curiosità.

Mandi!

La Bora



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