Per la rubrica delle interviste del Mercoledì, oggi ho l’onore di presentarvi Pier Paolo Mocci, editore e giornalista romano classe 1980, fondatore di Ned Edizioni e Map Magazine. Non fatevi ingannare dagli immancabili bermuda e dalla sua giovane età, perché sfoggia un curriculum di tutto rispetto. A 17 anni scriveva già per una nota agenzia giornalistica ed a soli 19 entrava nella redazione di una delle più importanti testate nazionali, Il Messaggero. Fra noi due il vero esperto di interviste è lui, per cui potete immaginare l’ansia da prestazione per questo pezzo, soprattutto dopo aver saputo che siamo stati in tre ad intervistarlo in tutta la sua vita. Gli altri due erano del Fatto Quotidiano e del Corriere della Sera. Da quando me l’ha detto sono ancora più tranquilla. 
Pier Paolo l’ho conosciuto quasi per caso e per ben due volte. O meglio, io l’ho conosciuto la prima volta, lui ha conosciuto me nel secondo incontro. Spinti da amici in comune che intravedevano somiglianze nei nostri trascorsi lavorativi, avevamo già scambiato due parole per telefono mesi fa parlando di un’eventuale collaborazione però, entrambi impegnati nei nostri progetti, c’eravamo persi di vista. Avremmo potuto incontrarci per strada, dal momento che abitiamo nello stesso quartiere e invece no, sapete dove ci siamo ritrovati? Sulla sua pagina Facebook di un personaggio molto noto, a cui entrambi abbiamo commentato un post. Ma si può?!?
Io conoscevo già parte della sua storia e quel percorso fra giornalismo, marketing ed editoria mi aveva incuriosito talmente tanto da volerlo intervistare per questa rubrica, per cui presi la palla al balzo e ci incontrammo per un caffè. Sapevo che produceva una free press molto interessante distribuita in tutta Roma, Map Magazine. Me ne portò un po’ di copie al nostro incontro ed alla fine della fiera, la sua intervista si era trasformata in un mio colloquio. Il giornalista che era in lui aveva preso il sopravvento ed era partito all’attacco cercando di scoprire cosa avevo fatto nella vita, come, quando e perché. Da quell’intervista invertita, è partita una collaborazione, ma questa è tutta un’altra storia che magari un giorno vi racconteremo.
Dopo un’altra serie di incontri con lui ed i suoi collaboratori, è arrivato il giorno dell’intervista vera. Io come al solito in ritardo, lui ancora di più. Ci vediamo in un bar all’aperto della nostra zona (Piazza Bologna) dall’azzeccatissimo nome, Piano B. Quello che Pier Paolo ha messo in atto dopo aver lasciato Il Messaggero. Ma scopriamolo direttamente insieme a lui questo percorso rocambolesco nel mondo della scrittura.

– Per capire dove sei ora e perché, partiamo dalle origini. In cosa sei laureato?
In Lettere alla Sapienza, in particolare: Discipline dello Spettacolo con una tesi su Francesco Rosi, il grande regista italiano degli anni ‘60 che nei suoi lavori riusciva a coniugare le mie due passioni, cinema e giornalismo. Il suo era d’inchiesta, io avevo una propensione per il cinema, ma l’importante per me è sempre stato scrivere, ovunque e di qualunque cosa. Il top sarebbe stato scrivere di cinema, però non iniziai proprio così. La gavetta fu lunga e mi occupai di tutt’altro all’inizio…

– Ecco appunto, dove iniziasti a scrivere?
Dopo un inizio precoce ai tempi del liceo, diventai direttore di un giornale universitario fondato dall’editore Francesco Avitto che mi prese sotto la sua ala protettrice e mi diede subito grande fiducia affidandomi un’intera redazione. Eravamo di stanza a Viale Ippocrate (vicino all’Università) e vendevamo il giornale a 1.000 lire. Poi con il guadagno andavamo tutti in vacanza a fine anno. Che periodo fantastico!

– Ma tu scrivevi già per Il Messaggero all’epoca…
Si, ma da pischelletto ultimo arrivato mi avevano affibbiato la rubrica di sport dove raccontavo di rugby senza conoscerne neanche le regole. Me le spiegavano i tifosi sugli spalti durante le partite. Dopo un po’ di tempo finalmente iniziai ad occuparmi di calcio, l’altra mia grande passione. Ovviamente incominciai con le serie D e C, ma non mi potevo lamentare. A quel tempo il futuro campione del mondo Luca Toni militava nella Lodigiani e quando, durante una partita, tirò fuori una raffica di 4 gol, scrissi un pezzo esaltante su questa giovane promessa che fu riportato su tutte le edizioni che Il Messaggero distribuiva nel Centro Italia.
Poco dopo passai alla testata nazionale nella redazione Cultura e Spettacolo. Un sogno che si avverava, anche grazie alla giornalista Gloria Satta che aveva tanto creduto in me. Così dal 2007 al 2011 mi ritrovai, quotidianamente, un paginone di cultura tutto da riempire con pezzi ed interviste ai più grandi attori, registi e produttori del panorama mondiale. Mi ritrovavo alle conferenze stampa accanto alle più grandi firme del giornalismo internazionale, intervistavo a tu per tu Leonardo Di Caprio, Keanu Reeves, Woody Allen. Non ci potevo credere, io, “Il pischello del Messaggero” come mi chiamava il mitico Proietti, il più piccolo in mezzo a tanti nomi altisonanti. Furono anni d’oro e misi da parte un enorme bagaglio di esperienze e conoscenze personali che mi sono portato orgogliosamente appresso nelle mie nuove avventure come quella di NED (Nomentano e Dintorni) e poi Map Magazine. Due dei miei prodotti in cui ho cercato sempre di mantenere quella cura editoriale e contenutistica di una grande testata.

– Perché terminò il tuo sodalizio con Il Messaggero?
Il direttore che c’era all’epoca, Roberto Napoletano, avrebbe voluto assumermi peccato che l’editore non fosse dello stesso parere. Ad una testata di quel calibro servono nomi con un certo peso specifico ed il mio era troppo “sconosciuto”. Ovviamente avevano le loro ragioni, ma anch’io avevo le mie. A 32 anni e con un figlio non potevo rimanere collaboratore a vita, mi serviva una certa stabilità e se non potevano garantirmela loro, l’avrei cercata da qualche altra parte. D’altronde sono abituato a rimboccarmi le maniche. Senza mentore e senza santi in paradiso, me la sono sempre dovuta cavare da solo, tanto valeva mettersi in proprio, così finalmente avrei potuto creare un prodotto interamente mio, dall’inizio alla fine. Così nacque NED, la rivista Nomentano e Dintorni che dà anche il nome alla mia casa editrice.

– Abitando in questo quartiere da diversi anni ho avuto modo di trovare quella rivista in parecchie attività commerciali. Ma spieghiamo brevemente agli altri di cosa si trattava.
Era una rivista trimestrale cartacea (ormai è bene specificarlo) in cui ogni pagina era dedicata allo storytelling, quel racconto aziendale di cui si parla tanto ultimamente anche e soprattutto sul web. Diciamo che noi siamo stati un po’ dei precursori di questo nuovo modo di raccontare un’azienda attraverso la sua storia e le interviste alle persone che la compongono. Era una rivista pubblicitaria dove al posto delle immagini con lo slogan le protagoniste erano le storie. Un prodotto efficace e vincente sia per noi che per gli sponsor, portato avanti per 3 anni con pochissimi collaboratori, fra cui Giovanni Silvi, Cristina Orazi e Valerio De Cristofaro, figure indispensabili con cui collaboro ancora oggi per Map Magazine e per i libri che produco. Le foto, bellissime, erano di Ilaria Morelli, oggi a Londra in un’importante agenzia.

– Dopo cotanto passato raccontaci un po’ il presente. Cos’è, appunto, Map Magazine e com’è nato?
Map è nato sulla falsariga di NED, il concetto è lo stesso, raccontare le aziende in maniera creativa realizzando un giornale utile ed interessante sia per gli sponsor che per il lettore. Dopo NED volevo tornare al mio primo amore, quello per lo spettacolo, il cinema e la cultura, settore in cui a Roma non esisteva tanta informazione ad ampia distribuzione. Roma C’è ed Il Suggeritore avevano chiuso i battenti e per informarsi sulle iniziative culturali, i film in uscita, gli spettacoli teatrali, bisognava andare a pescare informazioni sparse qua e là sul web. Pensai che servisse una versione take away de La Nottola, quella locandina che troviamo appesa nelle attività commerciali ma che ho sempre trovato sinceramente scomoda. La guardavo e pensavo dovesse essere tascabile, da consultare all’evenienza e che non fosse solo didascalica ma dovesse all’occorrenza anche approfondire, comunicare lo spettacolo in maniera più ampia: dal teatro alla tv, dai libri in uscita ai personaggi del momento, il tutto condito da interviste ed approfondimenti in cui coinvolgere anche gli sponsor. Con questa nuova free press mi sono voluto inserire in una fetta di mercato in cui un prodotto del genere non c’era, rivolgendomi ad un target che ancora ama la carta, preferendola al web per una serie di motivi.

– Immagino sia lo stesso pubblico a cui ti rivolgi con i libri che produci per Ned Edizioni. 
Esattamente. Sono un nostalgico in controtendenza amante del vintage che, in un’epoca in cui tutto è liquido e digitale, vuole fermare le storie sulla carta. Credo ancora nel suo potere perché meno effimera del web, ormai diventato un raccoglitore di contenuti fluidi che passano con uno scroll del mouse. Con Map e con i libri ho voluto privilegiare dei contenuti, comunicandoli su un supporto che dura nel tempo. E poi il fatto di produrre qualcosa che andrà a posizionarsi in bella vista nella libreria di qualcuno dà sempre grandi soddisfazioni, è un’emozione che non riesco a descrivere e che mi porta a continuare su questa strada nonostante sia un lavoro poco semplice e molto costoso, senza certezze sul rientro.

– Qual è stato il tuo primo libro e qual è, invece, l’ultimo nato di casa NED?
Il primo in assoluto uscito un po’ in sordina è stato “La Madre” di Orietta Cicchinelli, con la prefazione del noto attore Maurizio Battista. Purtroppo sono stato sfortunato: avevo dato il libro in esclusiva ad Arion e un mese dopo Arion ha fallito. Prima mazzata. Quindi il primo “vero” lo ritengo la sceneggiatura de “La bella gente” un film di Ivano De Matteo interpretato da Elio Germano, mentre l’ultimo è Roma 80 del grande Alberto Mandolesi, di cui hai raccontato l’evento di presentazione su questo blog. Libri legati alle mie grandi passioni per il cinema e per il calcio, pur trattandosi di due formule molto diverse. Però devo dire che nonostante il lavoraccio che c’è dietro l’uscita di un libro mi sono ripromesso di produrne uno o due all’anno, distribuendo i prodotti in anteprima nelle librerie di quartiere prima che nelle catene e sul web, perché sono realtà che non devono scomparire dalle nostre città e mi piace pensare di poterle in qualche modo aiutare anche con questo gesto.

– Cosa vedi nel tuo futuro?
Vorrei invadere l’Italia con i miei Map Magazine, uno in ogni grande città da Nord a Sud. Stiamo per uscire con l’edizione milanese ed è appena nata anche la prima mappa tematica, Food Map, che farà da apripista per le altre di prossima uscita che sono già impaginate nella mia mente. Poi chissà che questo percorso nell’editoria non mi porti a scrivere finalmente un libro tutto mio. E perché no, un documentario, sempre che riesca a convincere l’amico Arcopinto (ndr. produttore cinematografico) ad occuparsi della produzione (ride). Gli sto dando il tormento con questa storia del film, tanto che ormai è diventato un gioco, io glielo propongo e lui sfoggia il suo tipico sguardo corrucciato. Non succede, ma se succede… vado anche al cinema e completo il quadro. Nel frattempo chi vuole aprire un MapMagazine nella propria città mi contatti pure, c’è da divertirsi, e da guadagnare un po’…

– Che consiglio ti senti di dare all’esercito di blogger come la sottoscritta che hanno invaso il web?
Studiate, formatevi sempre e tanto. Meglio un post in meno ma fatto bene. Non puntate ai followers ma ai contenuti. Createvi uno stile e mirate sempre alla qualità, perché avete un mestiere in mano. Non sprecate quest’occasione.


La Gianna



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